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Secondi Piatti

It was the best of times, it was the worst of times, it was the age of wisdom, it was the age of foolishness, it was the epoch of belief, it was the epoch of incredulity, it was the season of Light, it was the season of Darkness, it was the spring of hope, it was the winter of despair, scriveva Dickens, forse non pensando ai miei venticinque anni, ma comunque prendendoci in pieno.

I tempi duri. Il momento in cui devi riconoscere di non avere nessuna verità in tasca. Queste sono parole piene di spine per me, che faticano ad uscire e graffiano le pareti mentre le tiro fuori.

I sogni che ho sono tutti nascosti in un cassetto di legno dalla serratura arrugginita. Da lì escono profumi confortanti di torte, zuppe e fiori di campo, silenzi che scoppiano in risate fragorose, il vento tra l’erba nei campi e tra i rami delle betulle, un orto in cui crescono fragoline di bosco e fiori eduli. Quel cassetto è a forma di casa con un portico fiorito, una grande cucina e un laboratorio sul retro in cui fare magie. Per questo mio sogno ci sono solo colori, profumi, forme e abitudini; non c’è ancora un nome, forse è proprio da inventare, magari in questo mondo ancora non esiste, e allora che cosa faccio? Che strada prendo? Che vita scelgo? A quali sacrifici mi devo arrendere? Cosa si può fare quando la strada che ti rende felice non è segnata da nessuna parte, ma è da costruire, e da spiegare a quelle persone che di strada ne vedono solo una, con qualche buca, ma asfaltata e ben segnalata? E ancora, cosa si fa quando dentro di te convivono due persone diverse, che litigano continuamente, una che spinge avanti senza mai fermarsi, e una che con mille corde ti tira indietro, con il risultato che, alla fine, sei sempre nello stesso punto?
Cerchi di crescere e alzarti guardando tutto con occhi diversi, prospettive diverse, cambiando angolazione fino a quando non trovi il punto giusto. Cerchi, insomma, di prendere questa vita tra le mani, togliere il velo di paura, guardarla negli occhi.

 

Ti serviranno (per due persone):

  • una pagnotta casereccia di semola di grano duro (abbastanza grande)
  • 150 g di caprino morbido
  • circa 100 g di piselli freschi
  • circa 100 g di fave fresche
  • circa 100 g di fagiolini
  • circa 100 g di asparagi
  • circa 100 g di taccole
  • un cipollotto
  • qualche foglia di menta e qualche rametto di timo
  • sale, pepe, olio evo

Se non l’hai già fatto, sguscia i piselli e le fave, pulisci i fagiolini, le taccole e gli asparagi. Cuoci in acqua bollente insieme le fave e i piselli, i fagiolini e le taccole, e per ultimo gli asparagi (questi per massimo 5 minuti). Mentre aspetti che le verdure si lessino, mescola il caprino fino a farlo diventare una crema (se necessario, aggiungi un po’ di acqua di cottura dei fagiolini). Trita la menta e il timo, mescolali al caprino aggiungendo due giri d’olio evo, sale e pepe. Una volta che hai lessato le verdure e sgusciato le fave lesse, trita il cipollato molto finemente e fai soffriggere in una padella con olio evo. Aggiungi una prima volta i fagiolini e le taccole e saltali nella padella per 5 minuti a fuoco medio. Togli i fagiolini e le taccole e, nella stessa padella, salta le fave e i piselli per 5 minuti. Tolti quest’ultimi, fai saltare gli asparagi a fuoco alto per 5 minuti. Una volta saltate tutte le verdure, scalda delle fette di pane abbastanza spesse su una griglia o una padella e componi il crostone: sul pane caldo spalma il caprino aromatizzato alla menta e timo, poi aggiungi i fagiolini con le taccole, i piselli, gli asparagi e le fave. Termina con un giro d’olio, due foglie di menta e una macinata di pepe fresco. Bon appétit!

It’s beginning to look a lot like Christmas. E’ praticamente natale e io avevo lasciato questo blog nove mesi fa, era marzo e la primavera esplodeva nei giardini.
Ora, scelgo volontariamente di bypassare tutte le avventure che hanno separato questo post dall’ultimo che ho scritto [esami-esami-esami-tesi], per arrivare direttamente all’oggi e all’ora. Quindici Dicembre. Uao, cosa è questo dicembre.
Innanzitutto nebbioso, perchè per chi non lo sapesse qui siamo nella felice Pianura Padana, dove a novembre già è difficile capire chi ti sta di fronte. Purtroppo di neve non se ne parla – per ora.. ma che dico, per sempre – e questo provoca enormi giravolte immaginifiche nella mia mente, che già si proietta sulle lande sconfinate della Siberia, o sù nel grande Nord, dove per grande Nord si intende Lapponia inoltrata, sù sù per la Norvegia, la Svezia e la Finlandia, dove da troppo tempo mi immagino ad affumicare salmoni e a intagliare piccole renne di legno. Di questo si parla proprio oggi, del Grande Magnifico Nord che attira gli hipster della Milano bene tanto quanto la sottoscritta. Da dove partire? Ecco, dal design accattivante, pulito ed essenziale, l’uso di materiali semplici, quasi primitivi ma emozionanti, evocativi (toctoc, Ikea, sei tu?). Una cucina raffinata e sostenibile che dialoga con i tempi della natura proponendo accostamenti particolari e innovativi. Ma soprattutto, uno stile di vita invidiabile, adattato alle esigenze climatiche e naturali. Ed ecco nascere l’hygge, un’idea di vita made in Danimarca che spopola in tutta Europa e negli Stati Uniti. E in effetti diciamo che in questo non ho propriamente scoperto l’acqua calda, dato che ormai libri dedicati a questo magico stile di vita ci stanno letteralmente invadendo ( questo, oppure questo, e ancora questo, tutti nella mia wishlist che come vedrete prossimamente non si può di certo definire modesta, eheh). Per quanto sia difficile da tradurre (ah, le meraviglie delle lingue), il sentimento che più si avvicina a comprendere veramente il significato dell’hygge è quello che si prova nell’intimità della propria casa e degli affetti più cari, sentirsi al riparo e mai giudicati, costruire l’ambiente attorno a se’ in modo che diventi il più accogliente possibile, godere delle cose belle della vita e della convivialità. Può essere hygge una candela accesa, il camino nel salotto, una zuppa calda, una tavolata affamata a natale, ma anche un picnic nell’erba verde estiva. Sì, perchè benché l’hygge veda il proprio clou nella stagione natalizia (voglio dire, tutto è più bello a natale), questo concetto ne sfida i confini e si applica ad ogni clima, luogo, nazione. Noi italiani possiamo trovarci parecchie affinità culturali – la famiglia, la convivialità, la condivisione – ma la sua particolarità risiede nella profondità della sua morale, radicata nella convinzione che, ad esempio, per essere felici (aka essere hygge) sia necessario essere se stessi, sempre; o nel fatto che sia fondamentale togliere ogni pesantezza dalle relazioni, dai confronti e discutere e condividere con leggerezza. Insomma, vivere hygge significa vivere con spensieratezza, in armonia, costruire il proprio piccolo rifugio al riparo dal mondo che violento tenta di disorientarci.

 

Assecondando il mio amore per il Grande Nord ho scelto oggi un elogio al salmone. Chi mi conosce lo sa: io venero il salmone. Lo venero in crosta di pistacchi, lo venero come filetto fasciato nei porri, ne venero la tartare, l’affumicatura, il colore acceso, il profumo, che mi ricorda la vigilia di natale, quando ancora era l’unico momento dell’anno in cui mangiavamo salmone. Ora che ne ho imposto la presenza fissa nel mio frigorifero (Omega 3, presente!), è come rivivere ogni giorno la magica vigilia di natale. E poi io credo a chi mi dice che il vero salmone non è veramente questo, che il vero salmone è quello del Grande Nord, quello affumicato lentamente con legni profumati e preziosi, pescato dai sapienti pescatori, col viso segnato dalla vita e dal vento. Un giorno assaggerò anche questo vero e autentico salmone. Per ora, mi sono lasciata ispirare da una fantastica ricetta di Sale e Pepe (ehi, redazione: io a marzo mi laureo, ce l’avete un posticino?), opportunamente modificata. Il salmone addolcito dalla barbabietola sposa la nota acidula del mirtillo, sorretto dalla croccantezza delle noci e dalla leggerezza dello spinacino. Questo è il piatto perfetto per la vigilia di natale all’insegna della convivialità nordica. Viviamo hygge.

 

Vi serviranno:

  • 100 g di salmone affumicato
  • due barbabietole rosse grandi
  • spinacini
  • noci
  • mirtilli
  • olio, sale, pepe

Il giorno prima, disponete le fette di salmone affumicato in un solo strato, comprendole completamente con fette sottili di barbabietola. Ricoprite il tutto con la pellicola trasparente e fate riposare in frigorifero. Il giorno dopo, componete un’insalata con: spinacini, barbabietole tagliate in piccoli pezzi, mirtilli, gherigli di noce tritati. Condite il tutto con sale, olio evo e limone. Scoprite il salmone, togliendo le barbabietole. Servite il salmone con un giro di olio evo, qualche goccia di limone, pepe.

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The Properly
è un blog di cucina, che parla di cibo come fonte di vita, di condivisione e gioia. Ogni volta che mi ritrovo a scrivere un post, cerco di ricordarmi questo piccolo mantra, ma, inevitabilmente, appena inizio a scrivere, la mente corre verso altro e i pensieri si costruiscono mentre appaiono i caratteri sullo schermo. E’ sempre successo: preparando i saggi brevi al liceo organizzavo uno schema ben strutturato e logico, per poi stravolgere tutto una volta iniziato a scrivere. Scopro quindi che mi viene spontaneo comporre e scomporre elementi, organizzarli e mandare tutto all’aria per creare qualcosa di ancora più bello. Ed ecco che sto divagando di nuovo, perché è esattamente quello che accade quando apro la pagina, la testa si riempie di cose da dire, da fare, da condividere, e le vorrei buttare tutte assieme qui. Così The Properly inizia a perdere pian piano la sua natura esclusivamente culinaria e prende sempre più la forma dei miei pensieri, dei miei desideri, dei miei sogni.

Quello che è successo venerdì 13 a Parigi mi ha profondamente scosso, ed eccomi a parlare improvvisamente di dolore, di perdita, di odio, di paura.

Prima di tutto, Parigi.
Oh, Parigi, Parigi. No, non Parigi. No.
Perché? Perché sei perfetta, leggera, piena, profumata, fragrante, luccicante e delicata. Perché accendi la vita anche dove non c’è. Parigi a dicembre, Parigi nella mia memoria, nei miei ricordi, Parigi sempre.

E se dovessi trasferirti, dove andresti?” – “Parigi.

Che dolore, Parigi. Quanto odio, Parigi. Quanta paura, Parigi. Parigi tutti ti vogliono, Parigi che brucia d’odio. Parigi in fiamme, Parigi che rinasce dalle ceneri. Parigi che è Europa che siamo tutti noi che l’amore salva tutto che love, the higher law. Parigi che dietro questo male, questo odio così stupido, così banale, non c’è niente, c’è il vuoto, c’è l’oblio.

“[Il male] è una sfida del pensiero (…) perché il pensiero (…) tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male, viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il bene ha profondità, e può essere radicale.”

Che poi, Parigi, cosa sei? Parigi, non sei niente. Parigi, sei tutto. Parigi, sei Kenya, sei Siria, sei Beirut, sei Libia, sei Iraq. Parigi sei vita, Parigi sei il mondo. Parigi, quanto pianto, quanto terrore, quanto dolore per questa umanità. Umanità.

“Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto.”

Parigi che l’odio genera paura che genera odio che genera paurachegeneraodiochegenerapaurache

E poi? E adesso?

E adesso, “creare campi di comprensione invece che campi di battaglia”.
E adesso Parigi resiste e dai tetti la vista è impareggiabile e se guardiamo tutti assieme sopra l’odio nelle strade, nelle stanze buie della vostra mente, nelle vostre piccole case, e ci saliamo, sopra i tetti di Parigi, l’aria è fresca, il cielo a colori pastello e le persone si danno una mano e non c’è odio, non c’è paura, c’è solo attenzione e cura.

E’ così faticoso odiare. E’ così difficile. E’ così innaturale.

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Vi serviranno: 

  • 250 g di bietole
  • 250 g di cavolo nero
  • 100 g di parmigiano grattugiato
  • 250 g di farina
  • 170 g di provola o scamorza
  • 6 uova
  • 1 scalogno
  • 1 bustina di lievito per torte salate
  • 110 g di burro
  • prosciutto crudo San Daniele (facoltativo)
  • sale, pepe

Mondate le bietole e il cavolo nero e sciacquate sotto acqua corrente. In un tegame fate imbiondire uno scalogno con 20 grammi di burro e aggiungete le bietole con il cavolo nero, salate, pepate e fate cuocere per una decina di minuti, fino a quando non saranno appassite. Sbattete le uova con il restante burro (fuso),la farina, il lievito, la provola tagliata a cubetti e 90 grammi di grana grattugiato. Aggiungete le bietole e il cavolo nero tritati grossolanamente. Foderate uno stampo da plum cake con la carta da forno, versate l’impasto spolverizzate con il rimanente grana, coprite con la carta argentata e cuocete in forno statico a 200° per 45 minuti. Scoprite lo stampo e lasciate cuocere per 5/10 minuti in modalità grill.
Sfornate, lasciate intiepidire e gustatelo da solo o con una fetta di prosciutto crudo San Daniele.

Mentre cucinate, ricordiamoci: U2 – One

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Non smetterò mai di ripeterlo: io la zucca la mangerei sempre, tutti i giorni, colazione, pranzo e cena. Da mantovana, oserei dire che mi scorre nelle vene. Cresciuta a pane e tortelli (e un bel po’ di altre cose, eheh), all’arrivo dell’autunno mi sento come una bambina al parco giochi, metterei la zucca davvero ovunque, nelle torte, nel pane, con la pasta, nei dolci (aspettatevi la pumpkin pie). E quelle buone, dense, che sanno di castagne? Lo so, forse non mi capite. La zucca non è per tutti. I contrasti che crea nei piatti rendono molto difficile apprezzarla, per la sua dolcezza irresistibile.

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La sua dolcezza. E’ una dolcezza che ci contagia e per questo per me la zucca è tortelli, è Vigilia di Natale, è famiglia. Stare insieme sempre, perchè siamo tutti legati da questo filo invisibile che qualche volta vorresti spezzare, rifiutare, negare, coprire, nascondere, fino a quando capisci che è quello il filo che ti tiene in piedi, le estremità appiccicate al cuore e al cielo. Quindi, rieccoci. Dopo il lancio verso la luna, dopo esserci nascosti, torniamo indietro e ci appare tutto più chiaro, semplice.

Dunque: polpette di zucca e taleggio, semplici semplici, da fare in 20 minuti e da divorare in 30 secondi.

Vi serviranno:

  • mezza zucca mantovana
  • una fetta di taleggio
  • pan grattato
  • 2 amaretti
  • rosmarino
  • parmigiano reggiano
  • olio evo
  • sale e pepe

Tagliate la zucca, pulitela, sistematela a fettine sottili su una placca da forno con rosmarino e olio, salate e cuocete per 30 minuti a 180°, o fino a quando non sarà morbida. In una ciotola, schiacciate la polpa della zucca e unitevi gli amaretti tritati, 3 cucchiai di parmigiano e il pan grattato, fino a quando non raggiungerà una consistenza compatta e abbastanza densa. Dividete l’impasto in piccole poplette, create un buco nel centro e inseritevi un cubetto di taleggio. Riarrotolate la pallina in modo che il taleggio rimanga coperto nel centro delle polpette. Friggete le polpette in una padella con due dita d’olio, rigirandole fino a che saranno dorate. Scolate e adagiatele su un foglio di carta assorbente. Servite calde e filanti.

Mentre cucinate: Paolo Nutini – I’d Rather go Blind

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