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8 dicembre e io speravo proprio in qualche fiocco di neve. Non per forza una cascata di fiocchi bianchi, di quelli accecanti che illuminano i prati. Mi sarei accontentata di qualche fiocco morbido che scende piano e timidamente si appoggia sull’erba, sull’abete, sui tetti, sui miei capelli. Invece sono immersa nella nebbia padana, quella che si taglia con il coltello, densa che un po’ si, fa casa, e quando sono a Trento un po’ mi manca, una coperta umida che ti avvolge silenziosa.

Mancano 16 giorni a Natale e sto imparando molte cose. Ad esempio, che persino io, in alcuni momenti, ho pensato che sarebbe stato un natale orribile, stupido, inutile. Ho pensato “io l’albero non lo faccio, non sono felice”. E invece no, proprio no. Lo faccio proprio per quello, per sentirmi bene, per sentirmi meglio.

Catch a falling star and put it in your pocket
never let it fade away
Catch a falling star and put it in your pocket
save it for a rainy day.

E’ questo il natale. Pensare che stia andando tutto male, malissimo e che niente si risolverà mai e che sarà tutto difficile e lungo… e poi, ritrovarsi davanti un grande albero con tante luci, le bacche rosse, l’oro luccicante e tutto questo in qualche modo ti scalda il cuore e per un attimo pensi: ce la faccio, ne uscirò, tutto tornerà come prima, andrà tutto bene.
Per questo dovrebbe essere natale tutto l’anno, per sempre. Il natale è bello, e il bello ci salverà.

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E oggi, biscotti tenerissimi, morbidi da inzuppare nel tè caldo: rustici al primo assaggio, fino a quando incontrerete la mela dolce. Perfetti.

Vi serviranno:

  • 100 g di farina 1
  • 100 gr di farina di farro
  • 15 noci
  • 2 cucchiai di zucchero
  • 3 cucchiai di miele
  • 50 g di burro
  • 3 cucchiai di latte
  • 1 mela e mezza
  • mezza bustina di lievito

Mescolate la farina di farro con la farina 1. Tritate in un mixer lo zucchero di canna con le noci, trasferite il tutto nel mix di farine insieme al lievito. Mescolate in modo che il composto diventi omogeneo. Sciogliete a bagnomaria il burro e incorporatelo alle farine insieme a 3 cucchiai di miele (anche 4 se vi piacciono più dolci!). Amalgamate bene l’impasto, aggiungete le mele tagliate a dadini molto piccoli e tre cucchiai di latte. Formate i biscotti (con gli stampini, oppure a mano facendo delle palline e schiacciandoli, oppure dei rettangoli con il coltello: sbizzarritevi!), infornate su carta da forno e cuocete a 170° per 25 minuti. Dovranno scurirsi ma rimanere morbidi! Fate una scorpacciata con un buon tè nero. ♡

Mentre cucinate: Dean Martin – Let it snow

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Quindi, ci siamo. Oggi è il primo giorno di Dicembre e ne sento già la dolcezza. Dicembre, che ha il suono della neve che cade piano a terra e copre tutto. Ecco, inizia il countdown, -25 e ci siamo. 25 giorni di campanellini che preannunciano una grande tavolata rotonda e tante risate.
Love is what’s in the room with you at Christmas if you stop opening presents and listen.
Che poi non è proprio questa la parte più bella? Questa attesa che senti nell’aria, che anticipa il fermento, proprio quella in cui sembra che tutti trattengano il respiro, o meglio che lo perdano, dalla meraviglia, facendo “oooh”. Eh, io lo so cosa è che ci frega. Sono le luci, i fiocchi, i nastri, il vetro splendente, le corone di bacche, i maglioni caldi, la voglia di riempirsi di bello, ora e subito. Ed è questo che nelle giornate buie, quando ti sembra di perderti e di essere esposta (a chi? a cosa?) ti fa dire “no, non ci sto” (si, proprio così, un po’ sussurrato e un po’ no), e ricominciare da capo perché basta alzare gli occhi da terra, a dicembre, che è tutta una magia. Magia. Proprio quella che ti fa sperare sempre in qualcosa di buono e di dolce.

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Si inizia, oggi, con una bacchetta magica che fa biscotti, una volta a settimana fino a Natale. È questo Merry Sweety Christmas, un pensiero dolce a settimana per scaldare pomeriggi freddi di dicembre, mentre si impacchettano regali, si prepara l’albero insieme, in mano una tazza di tè fumante e per la casa il profumo di biscotti. Con i miei biscotti, questa domenica, ho scelto una miscela che mi ha stregata: Melissa è proprio dietro la Mole, un’erboristeria magica in cui ho sguinzagliato la zia (la mia pusher personale) che è tornata con il tè perfetto, il èé di Natale. Che è proprio il natale in un sacchettino di plastica amorevolmente legato con un nastrino bianco ed etichettato a mano. Ecco io non vi dico altro, perché tutto quello che dovete fare è impastare burro, farina, uova e zucchero e sbizzarrirvi proprio come ho fatto io. Questa settimana, biscotti profumatissimi all’arancia, stuzzicati dallo zenzero, croccanti con farina di riso. Happy Merry Sweety Christmas.

Vi serviranno:

  • 200 g di farina 0
  • 100 g di farina di riso
  • 130 g di zucchero di canna
  • 150 g di burro
  • 1 uovo
  • scorza di 1 arancia bio
  • 1 cucchiaino e mezzo di zenzero
  • mezza bustina di lievito

Mescolate la farina di grano con la farina di riso, aggiungete lo zucchero e il burro a temperatura ambiente. “Sbriciolate” il burro con le farine e lo zucchero fino a quando non diventerà sabbioso. Aggiungete la scorza dell’arancia, lo zenzero e la mezza bustina di lievito. Lasciate riposare in frigorifero per mezz’ora. Stendete la pasta, fate i biscotti con le formine che preferite ( purché natalizie) e infornate a 180 gradi per 10 minuti circa. Spolverate con zucchero a velo e gustate con te caldo.

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The Properly
è un blog di cucina, che parla di cibo come fonte di vita, di condivisione e gioia. Ogni volta che mi ritrovo a scrivere un post, cerco di ricordarmi questo piccolo mantra, ma, inevitabilmente, appena inizio a scrivere, la mente corre verso altro e i pensieri si costruiscono mentre appaiono i caratteri sullo schermo. E’ sempre successo: preparando i saggi brevi al liceo organizzavo uno schema ben strutturato e logico, per poi stravolgere tutto una volta iniziato a scrivere. Scopro quindi che mi viene spontaneo comporre e scomporre elementi, organizzarli e mandare tutto all’aria per creare qualcosa di ancora più bello. Ed ecco che sto divagando di nuovo, perché è esattamente quello che accade quando apro la pagina, la testa si riempie di cose da dire, da fare, da condividere, e le vorrei buttare tutte assieme qui. Così The Properly inizia a perdere pian piano la sua natura esclusivamente culinaria e prende sempre più la forma dei miei pensieri, dei miei desideri, dei miei sogni.

Quello che è successo venerdì 13 a Parigi mi ha profondamente scosso, ed eccomi a parlare improvvisamente di dolore, di perdita, di odio, di paura.

Prima di tutto, Parigi.
Oh, Parigi, Parigi. No, non Parigi. No.
Perché? Perché sei perfetta, leggera, piena, profumata, fragrante, luccicante e delicata. Perché accendi la vita anche dove non c’è. Parigi a dicembre, Parigi nella mia memoria, nei miei ricordi, Parigi sempre.

E se dovessi trasferirti, dove andresti?” – “Parigi.

Che dolore, Parigi. Quanto odio, Parigi. Quanta paura, Parigi. Parigi tutti ti vogliono, Parigi che brucia d’odio. Parigi in fiamme, Parigi che rinasce dalle ceneri. Parigi che è Europa che siamo tutti noi che l’amore salva tutto che love, the higher law. Parigi che dietro questo male, questo odio così stupido, così banale, non c’è niente, c’è il vuoto, c’è l’oblio.

“[Il male] è una sfida del pensiero (…) perché il pensiero (…) tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male, viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il bene ha profondità, e può essere radicale.”

Che poi, Parigi, cosa sei? Parigi, non sei niente. Parigi, sei tutto. Parigi, sei Kenya, sei Siria, sei Beirut, sei Libia, sei Iraq. Parigi sei vita, Parigi sei il mondo. Parigi, quanto pianto, quanto terrore, quanto dolore per questa umanità. Umanità.

“Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto.”

Parigi che l’odio genera paura che genera odio che genera paurachegeneraodiochegenerapaurache

E poi? E adesso?

E adesso, “creare campi di comprensione invece che campi di battaglia”.
E adesso Parigi resiste e dai tetti la vista è impareggiabile e se guardiamo tutti assieme sopra l’odio nelle strade, nelle stanze buie della vostra mente, nelle vostre piccole case, e ci saliamo, sopra i tetti di Parigi, l’aria è fresca, il cielo a colori pastello e le persone si danno una mano e non c’è odio, non c’è paura, c’è solo attenzione e cura.

E’ così faticoso odiare. E’ così difficile. E’ così innaturale.

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Vi serviranno: 

  • 250 g di bietole
  • 250 g di cavolo nero
  • 100 g di parmigiano grattugiato
  • 250 g di farina
  • 170 g di provola o scamorza
  • 6 uova
  • 1 scalogno
  • 1 bustina di lievito per torte salate
  • 110 g di burro
  • prosciutto crudo San Daniele (facoltativo)
  • sale, pepe

Mondate le bietole e il cavolo nero e sciacquate sotto acqua corrente. In un tegame fate imbiondire uno scalogno con 20 grammi di burro e aggiungete le bietole con il cavolo nero, salate, pepate e fate cuocere per una decina di minuti, fino a quando non saranno appassite. Sbattete le uova con il restante burro (fuso),la farina, il lievito, la provola tagliata a cubetti e 90 grammi di grana grattugiato. Aggiungete le bietole e il cavolo nero tritati grossolanamente. Foderate uno stampo da plum cake con la carta da forno, versate l’impasto spolverizzate con il rimanente grana, coprite con la carta argentata e cuocete in forno statico a 200° per 45 minuti. Scoprite lo stampo e lasciate cuocere per 5/10 minuti in modalità grill.
Sfornate, lasciate intiepidire e gustatelo da solo o con una fetta di prosciutto crudo San Daniele.

Mentre cucinate, ricordiamoci: U2 – One

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Ieri sera ero a letto, al caldo, nella stanza buia e nel silenzio mi sono chiesta: cosa voglio fare veramente da grande? Eccola lì, sospesa, fluttuante tra il letto e il soffitto. Cosa voglio fare veramente da grande. E alla faccia di quelli che dicono che i vent’anni sono gli anni migliori. No. Non lo sono (più). Sono ansia, pressione, sogni che cercano di volare e si scontrano con la realtà. Io, con la mia laurea in lingue, cosa me ne faccio dei miei Shakespeare e dei miei Mallarmé? E se non mi piacessero solo la letteratura e la traduzione? E se mi piacessero mille altre cose tutte diverse? E se non volessi uscire dal mondo di oggetti volanti che mi sono costruita?

Perché in fondo è proprio questo il problema, no? Il dramma dell’uomo dall’inizio dei tempi, l’uovo da cui nasce il concetto stesso di arte: come far coincidere il proprio mondo interiore e il mondo esteriore. E come gestire la sofferenza che nasce da questo scarto. E’ lo slancio di Ulisse nell’assecondare la propria hybris che lo allontana dai doveri imposti da Itaca, sono le infinite lotte viscerali tra sé e sé a fare esplodere l’arte più bella: la letteratura, la pittura, la musica. Tutto nasce dal tentativo incessante di far coincidere, almeno in un punto piccolo piccolo, quel grande mondo interiore che ci ritroviamo e arricchiamo e custodiamo con il muro duro della realtà, che ci sfama e ci disseta ma che in realtà ci soffoca.

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Quindi la mia soluzione è: perché non rendere il mio mondo un mondo reale? Fatto di oggetti, persone, idee, concetti, atmosfere e pensieri che circolano dentro e che non trovano espressione, e dargli finalmente uno spazio concreto. Lavorare sì, ma con il bello, rendere belli i momenti degli altri, le case degli altri, le vite degli altri con la mia personale filosofia di vita, con il mio mondo interiore che interiore non è più, ma reale e gioioso e luccicante? Dopotutto cosa salva la vita delle persone se non il riconoscere la meraviglia che c’è nell’universo? Percepire il passaggio delle stagioni; faticare tanto e soffrire e vedere lontano l’obiettivo ma poi raggiungerlo e che soddisfazione; fermarsi durante il giorno e pensare a cosa ci piace e tenerlo a mente; camminare guardandosi attorno e fotografare il bello che ci circonda per tenerlo con sé sempre; leggere; aiutare gli altri, donarsi agli altri; assaporare un piatto semplice e che viene dal cuore di chi ce l’ha preparato; ritornare alle origini con profumi e sapori; i colori dell’autunno e i profumi della primavera; le cose belle e difficili; le cose dure della vita; le mancanze, gli abbandoni, i lutti e il ricordo di chi non ci lascia mai (perché chi ha amato tanto in vita non viene mai dimenticato). Tutto questo rende la vita vita vera, e per questo bella, piena, completa.

Quindi: quello che voglio fare è vivere sempre con le luci di natale dentro, che io le sento tutto l’anno rincorrere dicembre, a volte si bruciano le lampadine, è vero, ma è semplice sostituirle, ci vuole solo un po’ di tempo e tutto è sistemato. Basta puntare alla stella di natale, quella luminosa grande e brillante.
E soprattutto: non facciamoci mai spegnere le lucine da nessuno e cerchiamo, piuttosto, di aiutare chi non ne ha a trovare le proprie, nascoste spesso dietro ad anni di polvere e ruggine.
Ecco cosa voglio fare veramente da grande: accendere le lucine di natale nelle vite degli altri (anche a giugno).

Vi serviranno:

  • 100 g di albumi d’uovo
  • 100 g di zucchero semolato
  • 100 g di zucchero a velo
  • un caco
  • cioccolato fondente
  • lime

Il caco è uno dei frutti autunnali per eccellenza. Morbido, pieno, setoso: un’esplosione di dolcezza.
Pesate gli albumi facendo attenzione a non contaminarli con i tuorli. Versateli quindi in una ciotola ben pulita e aggiungetevi metà dello zucchero semolato e metà dello zucchero a velo. Iniziate a montare, fino a che non saranno molto spumosi, densi e gonfi. A questo punto setacciate le parti restanti di zucchero semolato e di zucchero a velo e incorporateli delicatamente agli albumi montati utilizzando una spatola di silicone, eseguendo un movimento circolare dal basso verso l’alto. Trasferite gli albumi in una sac à poche e formate delle meringhe su un foglio di carta da forno, appoggiato sulla leccarda. Una volta composte le meringhe, appiattite i ciuffi che si sono formati e infornate in forno preriscaldato statico a 105° per 75 minuti. Nel frattempo, tagliate un caco, prelevate la polpa e frullatela con mezzo cucchiaino di zucchero a velo.
Una volta sfornate le meringhe, adagiate un cucchiaio di coulis di cachi su ciascuna e completate con il cioccolato fondente a scaglie piccole e un un pizzico di lime grattugiato.

Mentre cucinate: Michael Bublé – It’s beginning to look a lot like Christmas

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Quando siete felici fateci caso. Essere felici senza rendervene conto è un grande spreco, e lo diceva pure Kurt Vonnegut. Sono quelle cose a cui pensi quando vivi il disincanto nella vita di tutti i giorni, come oggi. Sono quegli outburst di rimpianto: ma perché quando ero felice non ci ho fatto caso? Perché non mi sono fermata un attimo, non ho respirato bene bene quel momento, e non ne ho rubato un pezzetto per poi ritirarlo fuori, che so, oggi? Ci servirebbe proprio una piccola scatola con tanti brillantini da buttarci in testa come Trilli, per provare a volare in un giorno brutto come questo. La mia scatola dei brillantini verrebbe direttamente dallo scorso dicembre, quando mi ero appena laureata, arrivava il natale e preparavo le valigie per Parigi.

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Questa è una torta contadina, fatta con il pane tenuto in ammollo nel latte per una notte, con l’aggiunta di cacao (nel mio caso, tanto) e quello che si ha in casa: scaglie di cioccolato, mele, pere o, perché no, ciliegie. Questa è la ricetta della nonna e vi posso assicurare che ci picchiamo a vicenda per prendere la prima fetta quando viene sfornata.

Vi serviranno:

  • mezzo chilo di pane vecchio
  • 1 litro di latte
  • 1 etto di cacao
  • 5 biscotti secchi
  • 4 cucchiai di farina
  • una bustina di lievito
  • 60 grammi di burro
  • 8 cucchiai di zucchero
  • 2 uova
  • 2 pere

Spezzate il pane in piccoli pezzi e mettetelo in ammollo nel latte per una notte. Al mattino, tritate i biscotti secchi e aggiungeteli al pane ormai morbido, assieme alle uova, al burro sciolto, allo zucchero, alla farina, al lievito e al cacao. Pulite e tagliate in piccoli pezzi le pere e aggiungetele al composto. Stendete in una teglia ricoperta di carta da forno e cuocete a 180° per circa 50 minuti. La torta rimarrà morbida, quindi capirete che sarà pronta quando inizierà a seccarsi in superficie. Servite con una spolverata di zucchero a velo (e una pallina di gelato alla crema non ci sta male 😉 ).

Mentre cucinate, oggi, un pezzo del mio cuore: U2 – Bad (Live Rattle and Hum)

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