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The Properly
è un blog di cucina, che parla di cibo come fonte di vita, di condivisione e gioia. Ogni volta che mi ritrovo a scrivere un post, cerco di ricordarmi questo piccolo mantra, ma, inevitabilmente, appena inizio a scrivere, la mente corre verso altro e i pensieri si costruiscono mentre appaiono i caratteri sullo schermo. E’ sempre successo: preparando i saggi brevi al liceo organizzavo uno schema ben strutturato e logico, per poi stravolgere tutto una volta iniziato a scrivere. Scopro quindi che mi viene spontaneo comporre e scomporre elementi, organizzarli e mandare tutto all’aria per creare qualcosa di ancora più bello. Ed ecco che sto divagando di nuovo, perché è esattamente quello che accade quando apro la pagina, la testa si riempie di cose da dire, da fare, da condividere, e le vorrei buttare tutte assieme qui. Così The Properly inizia a perdere pian piano la sua natura esclusivamente culinaria e prende sempre più la forma dei miei pensieri, dei miei desideri, dei miei sogni.

Quello che è successo venerdì 13 a Parigi mi ha profondamente scosso, ed eccomi a parlare improvvisamente di dolore, di perdita, di odio, di paura.

Prima di tutto, Parigi.
Oh, Parigi, Parigi. No, non Parigi. No.
Perché? Perché sei perfetta, leggera, piena, profumata, fragrante, luccicante e delicata. Perché accendi la vita anche dove non c’è. Parigi a dicembre, Parigi nella mia memoria, nei miei ricordi, Parigi sempre.

E se dovessi trasferirti, dove andresti?” – “Parigi.

Che dolore, Parigi. Quanto odio, Parigi. Quanta paura, Parigi. Parigi tutti ti vogliono, Parigi che brucia d’odio. Parigi in fiamme, Parigi che rinasce dalle ceneri. Parigi che è Europa che siamo tutti noi che l’amore salva tutto che love, the higher law. Parigi che dietro questo male, questo odio così stupido, così banale, non c’è niente, c’è il vuoto, c’è l’oblio.

“[Il male] è una sfida del pensiero (…) perché il pensiero (…) tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male, viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il bene ha profondità, e può essere radicale.”

Che poi, Parigi, cosa sei? Parigi, non sei niente. Parigi, sei tutto. Parigi, sei Kenya, sei Siria, sei Beirut, sei Libia, sei Iraq. Parigi sei vita, Parigi sei il mondo. Parigi, quanto pianto, quanto terrore, quanto dolore per questa umanità. Umanità.

“Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto.”

Parigi che l’odio genera paura che genera odio che genera paurachegeneraodiochegenerapaurache

E poi? E adesso?

E adesso, “creare campi di comprensione invece che campi di battaglia”.
E adesso Parigi resiste e dai tetti la vista è impareggiabile e se guardiamo tutti assieme sopra l’odio nelle strade, nelle stanze buie della vostra mente, nelle vostre piccole case, e ci saliamo, sopra i tetti di Parigi, l’aria è fresca, il cielo a colori pastello e le persone si danno una mano e non c’è odio, non c’è paura, c’è solo attenzione e cura.

E’ così faticoso odiare. E’ così difficile. E’ così innaturale.

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Vi serviranno: 

  • 250 g di bietole
  • 250 g di cavolo nero
  • 100 g di parmigiano grattugiato
  • 250 g di farina
  • 170 g di provola o scamorza
  • 6 uova
  • 1 scalogno
  • 1 bustina di lievito per torte salate
  • 110 g di burro
  • prosciutto crudo San Daniele (facoltativo)
  • sale, pepe

Mondate le bietole e il cavolo nero e sciacquate sotto acqua corrente. In un tegame fate imbiondire uno scalogno con 20 grammi di burro e aggiungete le bietole con il cavolo nero, salate, pepate e fate cuocere per una decina di minuti, fino a quando non saranno appassite. Sbattete le uova con il restante burro (fuso),la farina, il lievito, la provola tagliata a cubetti e 90 grammi di grana grattugiato. Aggiungete le bietole e il cavolo nero tritati grossolanamente. Foderate uno stampo da plum cake con la carta da forno, versate l’impasto spolverizzate con il rimanente grana, coprite con la carta argentata e cuocete in forno statico a 200° per 45 minuti. Scoprite lo stampo e lasciate cuocere per 5/10 minuti in modalità grill.
Sfornate, lasciate intiepidire e gustatelo da solo o con una fetta di prosciutto crudo San Daniele.

Mentre cucinate, ricordiamoci: U2 – One

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Ieri sera ero a letto, al caldo, nella stanza buia e nel silenzio mi sono chiesta: cosa voglio fare veramente da grande? Eccola lì, sospesa, fluttuante tra il letto e il soffitto. Cosa voglio fare veramente da grande. E alla faccia di quelli che dicono che i vent’anni sono gli anni migliori. No. Non lo sono (più). Sono ansia, pressione, sogni che cercano di volare e si scontrano con la realtà. Io, con la mia laurea in lingue, cosa me ne faccio dei miei Shakespeare e dei miei Mallarmé? E se non mi piacessero solo la letteratura e la traduzione? E se mi piacessero mille altre cose tutte diverse? E se non volessi uscire dal mondo di oggetti volanti che mi sono costruita?

Perché in fondo è proprio questo il problema, no? Il dramma dell’uomo dall’inizio dei tempi, l’uovo da cui nasce il concetto stesso di arte: come far coincidere il proprio mondo interiore e il mondo esteriore. E come gestire la sofferenza che nasce da questo scarto. E’ lo slancio di Ulisse nell’assecondare la propria hybris che lo allontana dai doveri imposti da Itaca, sono le infinite lotte viscerali tra sé e sé a fare esplodere l’arte più bella: la letteratura, la pittura, la musica. Tutto nasce dal tentativo incessante di far coincidere, almeno in un punto piccolo piccolo, quel grande mondo interiore che ci ritroviamo e arricchiamo e custodiamo con il muro duro della realtà, che ci sfama e ci disseta ma che in realtà ci soffoca.

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Quindi la mia soluzione è: perché non rendere il mio mondo un mondo reale? Fatto di oggetti, persone, idee, concetti, atmosfere e pensieri che circolano dentro e che non trovano espressione, e dargli finalmente uno spazio concreto. Lavorare sì, ma con il bello, rendere belli i momenti degli altri, le case degli altri, le vite degli altri con la mia personale filosofia di vita, con il mio mondo interiore che interiore non è più, ma reale e gioioso e luccicante? Dopotutto cosa salva la vita delle persone se non il riconoscere la meraviglia che c’è nell’universo? Percepire il passaggio delle stagioni; faticare tanto e soffrire e vedere lontano l’obiettivo ma poi raggiungerlo e che soddisfazione; fermarsi durante il giorno e pensare a cosa ci piace e tenerlo a mente; camminare guardandosi attorno e fotografare il bello che ci circonda per tenerlo con sé sempre; leggere; aiutare gli altri, donarsi agli altri; assaporare un piatto semplice e che viene dal cuore di chi ce l’ha preparato; ritornare alle origini con profumi e sapori; i colori dell’autunno e i profumi della primavera; le cose belle e difficili; le cose dure della vita; le mancanze, gli abbandoni, i lutti e il ricordo di chi non ci lascia mai (perché chi ha amato tanto in vita non viene mai dimenticato). Tutto questo rende la vita vita vera, e per questo bella, piena, completa.

Quindi: quello che voglio fare è vivere sempre con le luci di natale dentro, che io le sento tutto l’anno rincorrere dicembre, a volte si bruciano le lampadine, è vero, ma è semplice sostituirle, ci vuole solo un po’ di tempo e tutto è sistemato. Basta puntare alla stella di natale, quella luminosa grande e brillante.
E soprattutto: non facciamoci mai spegnere le lucine da nessuno e cerchiamo, piuttosto, di aiutare chi non ne ha a trovare le proprie, nascoste spesso dietro ad anni di polvere e ruggine.
Ecco cosa voglio fare veramente da grande: accendere le lucine di natale nelle vite degli altri (anche a giugno).

Vi serviranno:

  • 100 g di albumi d’uovo
  • 100 g di zucchero semolato
  • 100 g di zucchero a velo
  • un caco
  • cioccolato fondente
  • lime

Il caco è uno dei frutti autunnali per eccellenza. Morbido, pieno, setoso: un’esplosione di dolcezza.
Pesate gli albumi facendo attenzione a non contaminarli con i tuorli. Versateli quindi in una ciotola ben pulita e aggiungetevi metà dello zucchero semolato e metà dello zucchero a velo. Iniziate a montare, fino a che non saranno molto spumosi, densi e gonfi. A questo punto setacciate le parti restanti di zucchero semolato e di zucchero a velo e incorporateli delicatamente agli albumi montati utilizzando una spatola di silicone, eseguendo un movimento circolare dal basso verso l’alto. Trasferite gli albumi in una sac à poche e formate delle meringhe su un foglio di carta da forno, appoggiato sulla leccarda. Una volta composte le meringhe, appiattite i ciuffi che si sono formati e infornate in forno preriscaldato statico a 105° per 75 minuti. Nel frattempo, tagliate un caco, prelevate la polpa e frullatela con mezzo cucchiaino di zucchero a velo.
Una volta sfornate le meringhe, adagiate un cucchiaio di coulis di cachi su ciascuna e completate con il cioccolato fondente a scaglie piccole e un un pizzico di lime grattugiato.

Mentre cucinate: Michael Bublé – It’s beginning to look a lot like Christmas

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Quando siete felici fateci caso. Essere felici senza rendervene conto è un grande spreco, e lo diceva pure Kurt Vonnegut. Sono quelle cose a cui pensi quando vivi il disincanto nella vita di tutti i giorni, come oggi. Sono quegli outburst di rimpianto: ma perché quando ero felice non ci ho fatto caso? Perché non mi sono fermata un attimo, non ho respirato bene bene quel momento, e non ne ho rubato un pezzetto per poi ritirarlo fuori, che so, oggi? Ci servirebbe proprio una piccola scatola con tanti brillantini da buttarci in testa come Trilli, per provare a volare in un giorno brutto come questo. La mia scatola dei brillantini verrebbe direttamente dallo scorso dicembre, quando mi ero appena laureata, arrivava il natale e preparavo le valigie per Parigi.

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Questa è una torta contadina, fatta con il pane tenuto in ammollo nel latte per una notte, con l’aggiunta di cacao (nel mio caso, tanto) e quello che si ha in casa: scaglie di cioccolato, mele, pere o, perché no, ciliegie. Questa è la ricetta della nonna e vi posso assicurare che ci picchiamo a vicenda per prendere la prima fetta quando viene sfornata.

Vi serviranno:

  • mezzo chilo di pane vecchio
  • 1 litro di latte
  • 1 etto di cacao
  • 5 biscotti secchi
  • 4 cucchiai di farina
  • una bustina di lievito
  • 60 grammi di burro
  • 8 cucchiai di zucchero
  • 2 uova
  • 2 pere

Spezzate il pane in piccoli pezzi e mettetelo in ammollo nel latte per una notte. Al mattino, tritate i biscotti secchi e aggiungeteli al pane ormai morbido, assieme alle uova, al burro sciolto, allo zucchero, alla farina, al lievito e al cacao. Pulite e tagliate in piccoli pezzi le pere e aggiungetele al composto. Stendete in una teglia ricoperta di carta da forno e cuocete a 180° per circa 50 minuti. La torta rimarrà morbida, quindi capirete che sarà pronta quando inizierà a seccarsi in superficie. Servite con una spolverata di zucchero a velo (e una pallina di gelato alla crema non ci sta male 😉 ).

Mentre cucinate, oggi, un pezzo del mio cuore: U2 – Bad (Live Rattle and Hum)

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Non smetterò mai di ripeterlo: io la zucca la mangerei sempre, tutti i giorni, colazione, pranzo e cena. Da mantovana, oserei dire che mi scorre nelle vene. Cresciuta a pane e tortelli (e un bel po’ di altre cose, eheh), all’arrivo dell’autunno mi sento come una bambina al parco giochi, metterei la zucca davvero ovunque, nelle torte, nel pane, con la pasta, nei dolci (aspettatevi la pumpkin pie). E quelle buone, dense, che sanno di castagne? Lo so, forse non mi capite. La zucca non è per tutti. I contrasti che crea nei piatti rendono molto difficile apprezzarla, per la sua dolcezza irresistibile.

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La sua dolcezza. E’ una dolcezza che ci contagia e per questo per me la zucca è tortelli, è Vigilia di Natale, è famiglia. Stare insieme sempre, perchè siamo tutti legati da questo filo invisibile che qualche volta vorresti spezzare, rifiutare, negare, coprire, nascondere, fino a quando capisci che è quello il filo che ti tiene in piedi, le estremità appiccicate al cuore e al cielo. Quindi, rieccoci. Dopo il lancio verso la luna, dopo esserci nascosti, torniamo indietro e ci appare tutto più chiaro, semplice.

Dunque: polpette di zucca e taleggio, semplici semplici, da fare in 20 minuti e da divorare in 30 secondi.

Vi serviranno:

  • mezza zucca mantovana
  • una fetta di taleggio
  • pan grattato
  • 2 amaretti
  • rosmarino
  • parmigiano reggiano
  • olio evo
  • sale e pepe

Tagliate la zucca, pulitela, sistematela a fettine sottili su una placca da forno con rosmarino e olio, salate e cuocete per 30 minuti a 180°, o fino a quando non sarà morbida. In una ciotola, schiacciate la polpa della zucca e unitevi gli amaretti tritati, 3 cucchiai di parmigiano e il pan grattato, fino a quando non raggiungerà una consistenza compatta e abbastanza densa. Dividete l’impasto in piccole poplette, create un buco nel centro e inseritevi un cubetto di taleggio. Riarrotolate la pallina in modo che il taleggio rimanga coperto nel centro delle polpette. Friggete le polpette in una padella con due dita d’olio, rigirandole fino a che saranno dorate. Scolate e adagiatele su un foglio di carta assorbente. Servite calde e filanti.

Mentre cucinate: Paolo Nutini – I’d Rather go Blind

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Scrivo in una domenica mattina autunnale, tranquilla. La zucca è nel forno e la stufa è accesa. Il brownie che ho mangiato per colazione con il tè caldo è stato un toccasana. Mi aspettano un risotto con la zucca e rosmarino per pranzo e un progetto questo pomeriggio che, se uscirà come spero, sarà il post inaugurale di The Proper Lifestyle. L’autunno ha ufficialmente spalancato le porte e io ne ho sbirciato le forme da Urbino. Ah, Urbino. Cosa avranno mai queste città arroccate circondate da colline con gli ulivi per farmi innamorare così ingenuamente? Saranno le foglie rosse sui ciottoli delle vie? Saranno i vicoli che si arrampicano sù sù fino a non vederne la fine che poi sali ed è fantastico? Sarà la cucina, così semplice e vicina alla terra da farmi sentire a casa? Sarà il profumo di tartufo fuori dai ristoranti? Cerco di riportare alla mente l’imponenza della facciata del Duomo dietro alla nebbia e alla pioggia di un sabato mattina di Ottobre, osservato da sotto un ombrellino che non mi riparava neanche un po’.

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A questo penso mentre mi appoggio al forno per cercare di assorbire più calore possibile. E’ una mattina fredda, fuori piove come a Urbino, ma qui è campagna nella Pianura Padana e di poetico c’è solo il risotto alla pilota. Quindi per ritornare in quel piccolo gioiello, nascosto in una bolla di vetro dove sembra che il tempo si sia fermato, preparo una zuppa ai ceci e lenticchie. Che è la fine del mondo. Morbida, corposa, la terra in un piatto. Pronta a scaldare le vostre serate mentre fuori piove. 

Vi serviranno:

  • 200 g di ceci secchi biologici
  • 200 g di lenticchie biologiche
  • 1 patata
  • 1 l di brodo vegetale
  • mezza carota
  • mezza costa di sedano
  • uno scalogno
  • una fetta di pancetta (facoltativo)
  • rosmarino
  • olio evo (io: Olio Extravergine d’Oliva dell’Azienda Agricola Nerafonte di Mocale di Tavarnelle Val di Pesa)
  • sale e pepe

Mettete in ammollo i ceci e le lenticchie una sera prima. Scolatele e sciacquatele. Tritate la carota, il sedano e lo scalogno, soffriggete in 3 cucchiai di olio evo (se preferite, potete aggiungere anche una fetta di pancetta tagliata a listarelle per insaporire il tutto), aggiungete la patata tagliata a pezzi piccoli, i ceci e le lenticchie e due rametti di rosmarino. Passateli per 3 minuti e aggiungete il brodo vegetale. Lasciate cuocere per minimo un’ora, poi frullate solo una parte della zuppa. Assaggiate e regolate di sale e di pepe. Servite caldo con un giro d’olio evo toscano a crudo.

Mentre cucinate: Billie Holiday – I’m a fool to want you

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