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Sofia Chilesi

Curiosa dal 1992. Sofia,Toro,Terra.
cuore italiano. pastasciutta. pizza alta con tanto pomodoro. vino rosso.
la mia nonna che sbatte il mattarello sull’asse per tirare la sfoglia. la macchina del caffè. il tosaerba. gli scarponi sul sentiero.
i petali morbidi delle margherite. impastare.
il profumo del basilico fresco. le rose. i calicantus a gennaio. le lenzuola pulite. la casa della nonna. maggio.
le poesie che parlano di te. parigi. le peonie in vaso. l’alternarsi delle stagioni. i fiori di pesco. la neve che scende.

Mancano pochi giorni a giugno, ma ancora non riesco a lasciarmi alle spalle le fragole e il loro magico potere. Ovvero, il potere di farti sentire il mare e a campagna allo stesso tempo,  di rinfrescarti in un pomeriggio caldo, di addolcirti i momenti più duri. Tra poco sarà il tempo delle ciliegie, con i loro frutti maturi, rossi e succosi. Le ciliegie che chiamano l’estate, il vino bianco ghiacciato, i piedi nell’acqua a bordo piscina o nell’erba fresca della sera.

Sabato mattina, quando ho infornato questa galette, l’aria profumava di Provenza, di fragole dolci come caramelle e di lavanda in fioritura. Mentre il cielo si faceva sempre più blu, con l’avvicinarsi del mezzogiorno, dalle finestre del paese usciva il rumore dei piatti e delle posate appoggiati sulle tavole, dei coperchi sulle pentole, profumi di sughi, arrosti e dolci pronti a stupire i bambini usciti da scuola. A maggio, il sole non è ancora cocente sull’asfalto, l’aria deve ancora diventare polvere, e il vento fresco sposta i gelsomini sbocciati sui balconi, muove gli steli dei fiori e le vie si riempiono di profumo di rose.

Per questa settimana, datevi un obiettivo. Ossia, trovare un’ora di tranquillità, nelle vostre giornate che vi separano dal prossimo weekend. Prendete una coperta, stendetela all’ombra di un albero e coricatevi. Chiudete gli occhi e respirate. Ascoltate. Toccate i fili d’erba. Sentitevi felici.

 

Ti serviranno:

  • 200 g di farina
  • 100 g di burro freddo
  • 60 g di acqua molto fredda
  • 2 cucchiai di zucchero fine
  • 2/3 cucchiai di zucchero di canna
  • un pizzico di sale
  • 500 g di fragole circa (a proprio piacere)
  • un limone
  • 1 uovo
  • 500 ml di olio di girasole
  • 5/6 foglie di basilico

1- In una ciotola abbastanza grande, setacciate la farina e unite il burro freddo tagliato a pezzetti. Lavorate la farina e il burro assieme con la punta delle dita, fino ad ottenere un impasto sabbioso. Mi raccomando, non lavoratelo troppo, altrimenti scalderete eccessivamente il burro! A questo punto, aggiungete 2 cucchiai di zucchero, un pizzico di sale e l’acqua fredda: impastate velocemente con le mani fino ad ottenere un impasto omogeneo, che avvolgerete in una pellicola e lascerete riposare in frigorifero per 30 minuti.
2- Nel frattempo, lavate e tagliate le fragole, della dimensione e forma che più vi piace (io le ho affettate per la lunghezza, ma possono anche essere tagliate a rondelle!). Conditele con il succo di un limone e 2/3 cucchiai di zucchero di canna.
3- Su un foglio di carta da forno, stendete l’impasto ormai freddo con un mattarello, raggiungendo uno spessore di circa 5 mm. Appoggiate l’impasto su una tortiera precedentemente imburrata e infarinata, ricoprite l’impasto con le fragole condite, ripiegate i bordi della pasta su se’ stessi. Spennellate i bordi con un tuorlo d’uovo e ricopriteli con un pizzico di zucchero di canna. Infornate a 180° per 40 minuti.
4- Nel frattempo, riempite a metà un pentolino dai bordi alti con l’olio di girasole. Lavate le foglie di basilico ed asciugatele accuratamente. Una volta che l’olio ha raggiunto la temperatura, friggete il basilico una foglia alla volta lasciandolo nell’olio non più di 20 secondi (il basilico tenderà a far schizzare l’olio bollente, quindi state molto attenti!). Riponete il basilico fritto sulla carta assorbente.
5- Dopo aver lasciato riposare e raffreddare la galette, decorate con il basilico fritto e servite.

It was the best of times, it was the worst of times, it was the age of wisdom, it was the age of foolishness, it was the epoch of belief, it was the epoch of incredulity, it was the season of Light, it was the season of Darkness, it was the spring of hope, it was the winter of despair, scriveva Dickens, forse non pensando ai miei venticinque anni, ma comunque prendendoci in pieno.

I tempi duri. Il momento in cui devi riconoscere di non avere nessuna verità in tasca. Queste sono parole piene di spine per me, che faticano ad uscire e graffiano le pareti mentre le tiro fuori.

I sogni che ho sono tutti nascosti in un cassetto di legno dalla serratura arrugginita. Da lì escono profumi confortanti di torte, zuppe e fiori di campo, silenzi che scoppiano in risate fragorose, il vento tra l’erba nei campi e tra i rami delle betulle, un orto in cui crescono fragoline di bosco e fiori eduli. Quel cassetto è a forma di casa con un portico fiorito, una grande cucina e un laboratorio sul retro in cui fare magie. Per questo mio sogno ci sono solo colori, profumi, forme e abitudini; non c’è ancora un nome, forse è proprio da inventare, magari in questo mondo ancora non esiste, e allora che cosa faccio? Che strada prendo? Che vita scelgo? A quali sacrifici mi devo arrendere? Cosa si può fare quando la strada che ti rende felice non è segnata da nessuna parte, ma è da costruire, e da spiegare a quelle persone che di strada ne vedono solo una, con qualche buca, ma asfaltata e ben segnalata? E ancora, cosa si fa quando dentro di te convivono due persone diverse, che litigano continuamente, una che spinge avanti senza mai fermarsi, e una che con mille corde ti tira indietro, con il risultato che, alla fine, sei sempre nello stesso punto?
Cerchi di crescere e alzarti guardando tutto con occhi diversi, prospettive diverse, cambiando angolazione fino a quando non trovi il punto giusto. Cerchi, insomma, di prendere questa vita tra le mani, togliere il velo di paura, guardarla negli occhi.

 

Ti serviranno (per due persone):

  • una pagnotta casereccia di semola di grano duro (abbastanza grande)
  • 150 g di caprino morbido
  • circa 100 g di piselli freschi
  • circa 100 g di fave fresche
  • circa 100 g di fagiolini
  • circa 100 g di asparagi
  • circa 100 g di taccole
  • un cipollotto
  • qualche foglia di menta e qualche rametto di timo
  • sale, pepe, olio evo

Se non l’hai già fatto, sguscia i piselli e le fave, pulisci i fagiolini, le taccole e gli asparagi. Cuoci in acqua bollente insieme le fave e i piselli, i fagiolini e le taccole, e per ultimo gli asparagi (questi per massimo 5 minuti). Mentre aspetti che le verdure si lessino, mescola il caprino fino a farlo diventare una crema (se necessario, aggiungi un po’ di acqua di cottura dei fagiolini). Trita la menta e il timo, mescolali al caprino aggiungendo due giri d’olio evo, sale e pepe. Una volta che hai lessato le verdure e sgusciato le fave lesse, trita il cipollato molto finemente e fai soffriggere in una padella con olio evo. Aggiungi una prima volta i fagiolini e le taccole e saltali nella padella per 5 minuti a fuoco medio. Togli i fagiolini e le taccole e, nella stessa padella, salta le fave e i piselli per 5 minuti. Tolti quest’ultimi, fai saltare gli asparagi a fuoco alto per 5 minuti. Una volta saltate tutte le verdure, scalda delle fette di pane abbastanza spesse su una griglia o una padella e componi il crostone: sul pane caldo spalma il caprino aromatizzato alla menta e timo, poi aggiungi i fagiolini con le taccole, i piselli, gli asparagi e le fave. Termina con un giro d’olio, due foglie di menta e una macinata di pepe fresco. Bon appétit!

 

Quando ho deciso di iniziare a scrivere questa mini-guida sull’Alto Adige, mi sono chiesta: cosa dire sulle Dolomiti che non sia già stato detto? Come descrivere i paesaggi mozzafiato, le cime innevate, i prati verdi e profumati, la cucina genuina di una terra che è impossibile non amare?

Questa è una piccola guida scritta a cuore aperto, il risultato di estati, inverni e, ultimamente, autunni e primavere passati a rincorrere queste montagne, che hanno e avranno sempre il magico potere di sconfiggere la mia pigrizia (che assicuro essere ben radicata) e costringermi a mettere scarponi, strati e strati di maglioni e giacconi, prendere zaino e bastoni e iniziare la salita. Difficile è per me anche solo immaginare di poter descrivere il rapporto così intenso, complesso ed emozionante che ho con queste cime, con questi prati, con quest’aria pura. La verità è che la montagna – e, in questo particolare caso, l’Alto Adige – non può essere descritta o raccontata. Per essere compresa ed assaporata, ha bisogno di essere vissuta profondamente.

* i profumi. perché sono la prima cosa a dirmi” sei arrivata”. il profumo dell’erba fresca, dell’erba tagliata, il fieno che mi ricorda i formaggi e persino l’odore acre delle stalle. quando fuori dal finestrino l’aria inizia a sapere di speck, significa che ci sei. la leggerezza dell’aria altoatesina ti farà sentire come se avessi riacquisito la capacità di respirare. è come respirare per la prima volta nella tua vita.

* i silenzi. mentre in pianura sono un animale da letargo 24/7, in montagna cambio totalmente attitudine, e quando durante una lunga camminata ti fermi per un attimo a riposare, ecco il silenzio, un silenzio che non avevi mai sentito prima, quei silenzi che credo tu possa sentire solo in alta montagna, o nella solitudine dei deserti. questo silenzio ti risuona nei timpani e ti avvolge completamente. in quel momento ci sei tu, il tuo respiro, il cinguettio degli uccelli, i rumori del sottobosco e le foglie mosse dal vento. nulla è comparabile.

* i colori, i paesaggi. il verde accecante dei prati a luglio. il giallo, l’arancione, il rosso delle foglie autunnali. il cielo blu – tutto l’anno. la luce scintillante delle 4 del mattino attraverso la nebbia, il chiarore che sta per arrivare. l’arnica gialla, la genziana blu, la veronica viola. quest’anno, a maggio, i prati della val fiscalina erano pieni di zafferano alpino, il primo fiore a nascere dopo la gelata. cosa dire poi dei paesaggi. forse è proprio questo il motivo per cui amo incondizionatamente le dolomiti: il senso di dispersione e di impotenza davanti alle catene, alle cime, ai ghiacciai. i vostri occhi e la vostra anima ve ne saranno grati.

* i sapori. sulla cucina altoatesina c’è poco da dire, e moltissimo da assaggiare. sulle dolomiti regnano prodotti semplici ma d’eccellenza: il latte, burro i formaggi sono da capogiro, lo speck così dolce e tenero da sciogliersi in bocca, il pane croccante (di segale, al sesamo, nero, multicereale, ai semi di girasole, di lino, ce n’è per tutti i gusti). lo yogurt servito con i frutti di bosco o i lamponi caldi. lo strudel con la panna, la torta di grano saraceno, la linzertorte, i piatti enormi di kaiserschmarrn. una precisazione personale: camminare per tre ore, arrivare al rifugio, gustarsi il panino ai semi con speck e formaggio di malga è nella top 5 dei momenti più felici della mia vita. non aggiungo altro.

* le persone. gli altoatesini sono difficili. lo ammetto. ma hanno un’innata attitudine all’ospitalità che, combinata a un eccellente senso per gli affari, rende il soggiorno un’esperienza indimenticabile. Ovunque tu vada, che sia un lussuoso hotel con spa, un maso in fondovalle o un garnì in centro al paese, le stanze sono sempre impeccabili, pulite e ben arredate. quasi sempre, se siete ospiti del maso o dell’appartamento avrete la colazione depositata davanti alla porta della stanza con prodotti km 0, dove per km zero intendo provenienti direttamente dal maso stesso.

Da quando ho iniziato ad andare in Alto Adige – e l’ho visitato in lungo e in largo – posso assicurare che nessun paese, nessun maso, nessuna valle mi ha mai delusa. In assoluto, le mie preferite rimangono la Val Gardena (le Dolomiti della mia infanzia), l’Alta Val Venosta, la Val di Funes e l’Alta Pusteria.
Qui, ho deciso di dedicare all’Alta Pusteria una mini-guida, per non perdersi nemmeno una briciola di tutta la bellezza che questa valle ha da offrire.

COSA VEDERE
Iniziamo col dire che non c’è nulla in Alta Pusteria che non valga la pena vedere. Dalle valli adiacenti più piccole e i loro laghi da sogno, ai rifugi e le malghe in alta quota che offrono viste indimenticabili su alcune delle cime più belle dell’Alto Adige.

  • Lago di Braies. Una delle meraviglie dolomitiche dell’Alta Pusteria, la perla dei laghi alpini, un occhio turchese e smeraldo su cui si riflette la Croda del Becco, creando un panorama mozzafiato. Ricordo di aver riprodotto i colori da favola del lago in un disegno fatto in quarta elementare, in cui veniva chiesto di disegnare le proprie vacanze estive: in quel disegno credo di aver messo tutto le tonalità di verde e di azzurro in mio possesso, tanto ero rimasta ammaliata dai colori e dalle sfumature del lago (solo il lago di Carezza è equiparabile per bellezza). Il lago è circondato da un sentiero, che permette a chiunque di ammirarne i colori da tutte le angolazioni. Consiglio vivamente di evitare di visitare il lago il fine settimana: l’esperienza viene vissuta al meglio con poche persone, per poter ascoltare il silenzio del lago e il rumore delle cascate in primavera.
  • Lago di Landro. a pochi chilometri da Dobbiaco, verso il bivio che vi porta a Cortina e al Lago di Misurina, un piccolo gioiello sul quale si riflette il Cristallo. Non ha la maestosità del lago di Braies, ma il Cristallo innevato che si staglia in lontananza è da non perdere.
  • Le Tre Cime. Ok, queste si presentano da sole. Dico solo che dovete dovete dovete vedere le Tre Cime di Lavaredo: potete farlo in macchina, percorrendo la strada a pedaggio che sale da Misurina, o a piedi (consigliato solo a chi ha un buon passo), partendo dalla Val Fiscalina, o da Auronzo di Cadore o, in alternativa, da Campo di Dentro attraverso i Tre Scarperi.
  • Alpe di Nemes, Malga di Nemes. Percorrendo un facile sentiero (partenza Passo Monte Croce, seguendo il sentiero 131) in mezzo a foreste di larici, si attraversano torbiere e torrenti fino ad arrivare all’Alpe di Nemes, dove troverete la malga con uno degli strudel più buoni dell’Alto Adige (aperta in estate e in inverno/tarda primavera). Ma ciò che veramente vi sorprenderà, sarà la vista che vi troverete davanti: la spettacolare imponenza delle Dolomiti di Sesto, che siano spoglie in estate o innevate in inverno fino a giugno, vi lascerà a bocca aperta.
  • Val Fiscalina. La Val Fiscalina è magia pura. Partendo dal parcheggio dei Bagni di Moso (a Moso, frazione di Sesto), vi aspetterà una passeggiata rilassante, adatta a chiunque, dentro a boschi di larici, casette di legno, cieli azzurri e prati fioriti, fino al rifugio Fondovalle, sempre accompagnati dalle pareti rocciose delle Dolomiti di Sesto. La bellezza della Val Fiscalina non si limita mai ad una sola stagione: in estate e in primavera i prati diventano un tappeto fiorito, in autunno i larici arancioni si stagliano sul cielo blu intenso, mentre in inverno il manto nevoso rappresenta una meta privilegiata per ciaspolatori.

DOVE ALLOGGIARE
Come ho già anticipato, in Alto Adige l’accoglienza, e la pulizia sono sempre impeccabili, poco importa il livello o la tipologia della struttura scelti. Per gusto ed esperienza personale, ho sempre alloggiato in appartamenti – quasi sempre fuori dai paesi e in alto rispetto al centro abitato – ed è una scelta che consiglio vivamente: non si hanno limitazioni di orari, e si può assaporare appieno l’esperienza altoatesina. Negli anni che ho passato in Alto Adige, ho incontrato famiglie appassionate ed estremamente accoglienti, dedite al loro lavoro nel maso e al rispetto per la natura e i suoi cicli. In Alta Pusteria, ai “grandi” centri come San Candido e Dobbiaco preferisco la tranquillità e semplicità di Sesto, in particolare della piccola frazione di Moso, dalla quale si possono ammirare tutte le Dolomiti di Sesto e l’entrata della Val Fiscalina.

  • Schoenfeld Naturapartments: una delle migliori strutture in cui sia mai stata. Arredamento moderno ispirato alla natura, totalmente in legno e acciaio, curato nei minimi dettagli, si trova appena fuori Moso, ed è l’ultima abitazione prima della Val Fiscalina. Consigliato, consigliato, consigliato.
  • Egarterhof: piccolo maso sopra San Candido. Per raggiungerlo preparatevi a 4 km di tornanti, con qualche curva a strapiombo, ma fidatevi, ne vale la pena: dal balcone delle piccole stanze si ha una vista impagabile sulle dolomiti di Sesto e di San Candido. A maggio, le cime innevate e i cieli blu sono uno spettacolo. Se richiesto, la signora Charlotte vi porterà ogni mattina il latte, lo yogurt, il pane, il burro e la marmellata prodotti interamente da loro (e, se vorrete cucinare, avrete libero accesso a tutte le erbe del suo orto!).
  • Ranerhof – Agriturismo Biologico: per un altro soggiorno indimenticabile andate al Ranerhof, appena un bivio sotto l’Egarterhof. Questo agriturismo biologico produce tutte le materie prime che consuma e vende: latte, uova, burro, formaggi, sciroppi, marmellate, liquori, saponi e sali aromatici (troverete Markus con i suoi prodotti anche al mercato artigianale di San Candido). Anche qui, latte, burro, marmellata e pane non mancheranno mai fuori dalla vostra porta.

 

DOVE ACQUISTARE

  • Mondolatte – Latteria Drei Zinnen: una latteria appena fuori Dobbiaco in cui sfogare la vostra passione per latte e derivati. Tra burro, formaggi di tutti i tipi e una ricca selezione di salumi locali, non saprete più dove girare la testa. Consiglio vivamente il formaggio al vino, il caprino alle erbe e il burro di loro produzione.
  • Alpe Pragas: una vera e propria boutique di marmellate, sciroppi, frutta sciroppata e succhi di frutta, nascosta nella frazione di Braies di Fuori, sulla strada per il lago di Braies. Entrando, vi sentirete nel paradiso delle marmellate: ce ne sono di tutti i tipi, racchiuse in un packaging più che accattivante. Ma, per me, la vera delizia sono gli smoothies: provate quello ai frutti di bosco e alla pera e lampone, e non vorrete più bere altro!

 

DOVE MANGIARE
Premettiamo che una delle cose più belle e buone da fare in alta montagna è gustarsi un panino ai semi con speck morbido e formaggio di malga dopo una faticosa camminata, magari a riva di un torrente. Detto ciò, l’Alta Pusteria pullula di piccoli ristorantini e rifugi dove si mangia più che bene, benissimo! I miei preferiti sono:

  • Genziana, a San Silvestro di Dobbiaco. Arredamento delizioso, cibo fantastico. Consiglio il prosciutto d’oca affumicato, e le tagliatelle di grano saraceno.
  • Kinigerhof, agriturismo sopra Sesto. Nella piccola ed accogliente stube la specialità sono i tortelli fatti in casa, ripieni di erbe (crescione, aglio orsino…). Fantastico anche il gelato fatto da loro.
  • Seiterhof, agriturismo in una frazioncina di Dobbiaco (Gandelle). Qui ho mangiato la tagliata di manzo più buona della mia vita: la carne proviene dal loro allevamento, ed è cotta alla perfezione. In più, se prendete la tartare, vi verrà tagliata e condita al tavolo.

 

Quello che rimane da raccontare sull’Alto Adige e sulla Val Pusteria non può essere espresso a parole. L’unico modo per goderselo è viverlo.

La passeggiata a Prato Piazza

I cieli blu sopra Prato Piazza


Lago di Braies, primavera

Lago di Braies, autunno 

La passeggiata in Val Fiscalina

Lago di Anterselva

Salendo all’Alpe di Nemes

La vista dalla Malga di Nemes, primavera

It’s beginning to look a lot like Christmas. E’ praticamente natale e io avevo lasciato questo blog nove mesi fa, era marzo e la primavera esplodeva nei giardini.
Ora, scelgo volontariamente di bypassare tutte le avventure che hanno separato questo post dall’ultimo che ho scritto [esami-esami-esami-tesi], per arrivare direttamente all’oggi e all’ora. Quindici Dicembre. Uao, cosa è questo dicembre.
Innanzitutto nebbioso, perchè per chi non lo sapesse qui siamo nella felice Pianura Padana, dove a novembre già è difficile capire chi ti sta di fronte. Purtroppo di neve non se ne parla – per ora.. ma che dico, per sempre – e questo provoca enormi giravolte immaginifiche nella mia mente, che già si proietta sulle lande sconfinate della Siberia, o sù nel grande Nord, dove per grande Nord si intende Lapponia inoltrata, sù sù per la Norvegia, la Svezia e la Finlandia, dove da troppo tempo mi immagino ad affumicare salmoni e a intagliare piccole renne di legno. Di questo si parla proprio oggi, del Grande Magnifico Nord che attira gli hipster della Milano bene tanto quanto la sottoscritta. Da dove partire? Ecco, dal design accattivante, pulito ed essenziale, l’uso di materiali semplici, quasi primitivi ma emozionanti, evocativi (toctoc, Ikea, sei tu?). Una cucina raffinata e sostenibile che dialoga con i tempi della natura proponendo accostamenti particolari e innovativi. Ma soprattutto, uno stile di vita invidiabile, adattato alle esigenze climatiche e naturali. Ed ecco nascere l’hygge, un’idea di vita made in Danimarca che spopola in tutta Europa e negli Stati Uniti. E in effetti diciamo che in questo non ho propriamente scoperto l’acqua calda, dato che ormai libri dedicati a questo magico stile di vita ci stanno letteralmente invadendo ( questo, oppure questo, e ancora questo, tutti nella mia wishlist che come vedrete prossimamente non si può di certo definire modesta, eheh). Per quanto sia difficile da tradurre (ah, le meraviglie delle lingue), il sentimento che più si avvicina a comprendere veramente il significato dell’hygge è quello che si prova nell’intimità della propria casa e degli affetti più cari, sentirsi al riparo e mai giudicati, costruire l’ambiente attorno a se’ in modo che diventi il più accogliente possibile, godere delle cose belle della vita e della convivialità. Può essere hygge una candela accesa, il camino nel salotto, una zuppa calda, una tavolata affamata a natale, ma anche un picnic nell’erba verde estiva. Sì, perchè benché l’hygge veda il proprio clou nella stagione natalizia (voglio dire, tutto è più bello a natale), questo concetto ne sfida i confini e si applica ad ogni clima, luogo, nazione. Noi italiani possiamo trovarci parecchie affinità culturali – la famiglia, la convivialità, la condivisione – ma la sua particolarità risiede nella profondità della sua morale, radicata nella convinzione che, ad esempio, per essere felici (aka essere hygge) sia necessario essere se stessi, sempre; o nel fatto che sia fondamentale togliere ogni pesantezza dalle relazioni, dai confronti e discutere e condividere con leggerezza. Insomma, vivere hygge significa vivere con spensieratezza, in armonia, costruire il proprio piccolo rifugio al riparo dal mondo che violento tenta di disorientarci.

 

Assecondando il mio amore per il Grande Nord ho scelto oggi un elogio al salmone. Chi mi conosce lo sa: io venero il salmone. Lo venero in crosta di pistacchi, lo venero come filetto fasciato nei porri, ne venero la tartare, l’affumicatura, il colore acceso, il profumo, che mi ricorda la vigilia di natale, quando ancora era l’unico momento dell’anno in cui mangiavamo salmone. Ora che ne ho imposto la presenza fissa nel mio frigorifero (Omega 3, presente!), è come rivivere ogni giorno la magica vigilia di natale. E poi io credo a chi mi dice che il vero salmone non è veramente questo, che il vero salmone è quello del Grande Nord, quello affumicato lentamente con legni profumati e preziosi, pescato dai sapienti pescatori, col viso segnato dalla vita e dal vento. Un giorno assaggerò anche questo vero e autentico salmone. Per ora, mi sono lasciata ispirare da una fantastica ricetta di Sale e Pepe (ehi, redazione: io a marzo mi laureo, ce l’avete un posticino?), opportunamente modificata. Il salmone addolcito dalla barbabietola sposa la nota acidula del mirtillo, sorretto dalla croccantezza delle noci e dalla leggerezza dello spinacino. Questo è il piatto perfetto per la vigilia di natale all’insegna della convivialità nordica. Viviamo hygge.

 

Vi serviranno:

  • 100 g di salmone affumicato
  • due barbabietole rosse grandi
  • spinacini
  • noci
  • mirtilli
  • olio, sale, pepe

Il giorno prima, disponete le fette di salmone affumicato in un solo strato, comprendole completamente con fette sottili di barbabietola. Ricoprite il tutto con la pellicola trasparente e fate riposare in frigorifero. Il giorno dopo, componete un’insalata con: spinacini, barbabietole tagliate in piccoli pezzi, mirtilli, gherigli di noce tritati. Condite il tutto con sale, olio evo e limone. Scoprite il salmone, togliendo le barbabietole. Servite il salmone con un giro di olio evo, qualche goccia di limone, pepe.

 

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E così senza che ce ne accorgessimo siamo tornati all’inverno che non c’è mai stato, neve e tutto il resto. Uao, e io che già pensavo alla primavera mite con i suoi fiori, i suoi profumi, le sue nuvole ciccione.

Queste sono settimane frenetiche, che arrivano al lunedì senza passare dal via, quando invece mi aspetto un po’ di calma, un sabato lento e tranquillo, permettermi il lusso di non sapere come occupare il mio tempo, per un giorno. Invece, pazienza. Arriverà, e ci si accontenta di un’ora al pomeriggio di calma e pace, con una fetta di crostata e un tè aromatizzato.

IMG_9918OKA proposito, la crostata. E questa non ha bisogno di tante descrizioni. Guardatela, così come è. E’ paradisiaca. Una fetta di questa potrebbe facilmente far scomparire tutti i vostri problemi per un’oretta buona, perché non pensereste a nient’altro. Prima, la frolla. Santa la nonna che ha inventato la frolla. Dolce, morbida frolla. E la crema? Soffice e vellutata come nient’altro al mondo. E poi i lamponi: cosa sarebbe questa crostata senza i lamponi.

Quindi oggi, per il Meat Free Monday, si parla di merenda. Una merenda lenta, tra una lezione e l’altra, senza troppi problemi, guardando fuori che per un momento ancora è tornata la primavera, sciogliendo quella neve che è arrivata troppo tardi. Consacriamo questo pomeriggio alla crostata, a un momento tutto nostro.

Vi serviranno:

Per la frolla:

  • 250 g di farina
  • 125 g di zucchero
  • 125 g di burro morbido
  • 1 uovo intero + 1 tuorlo
  • 1 cucchiaino di lievito
  • 1 cucchiaio di latte
  • Pizzico di sale
  • Poca scorza di limone

Per la crema:

  • 160 g di zucchero
  • 350 ml di latte
  • 30 g di farina
  • 4 uova
  • mezza stecca di vaniglia
  • un pizzico di sale
  • due fettine di zenzero (facoltativo)

Facciamo la frolla: setacciate la farina e disponetela a fontana su un’asse. Aggiungete lo zucchero e il burro morbido tagliato a listarelle. Lavorate con le mani fino a raggiungere una consistenza sabbiosa. aggiungete l’uovo più il tuorlo, un cucchiaino di lievito, il latte e poca scorza di limone. Impastate fino a rendere l’impasto compatto, formate una mattonella che ricoprirete con carta da forno. Lasciate riposare in frigorifero per un’ora.

Facciamo la crema: scaldate il latte in una casseruola insieme alla stecca di vaniglia. Intanto, montate le uova con lo zucchero, fino ad ottenere una crema molto soffice e spumosa. Aggiungete la farina e un pizzico di sale. Aggiungete il tutto al latte ben caldo, continuando a mescolare. Mescolare in continuazione fino a quando la crema non si sarà addensata. A questo punto, lasciate raffreddare la crema.

Tirate fuori la pasta dal frigorifero e, ben fredda, stendetela con un mattarello e adagiatela su uno stampo per crostata. Ricoprite con un foglio di carta da forno e fagioli secchi (in alternativa, arrotolate della carta da forno e sistematela a cerchio sulla crostata negli angoli). A piacere, con la pasta rimanente, potete formare biscottini da mettere sulla crostata. Cuocete in forno a 175° per 30 minuti circa. Lasciate raffreddare.
Versate la crema pasticciera sulla crostata, livellatela, decorate con lamponi e biscottini a piacere. Una spolverata di zucchero a velo, ed è pronta per essere gustata! Bon appétit!